Le festività dei Santi e dei Defunti che ricorrono l’1 e il 2 novembre sono collegate? C’è un significato preciso per questa successione cronologica o è solo una coincidenza di date liturgiche? E, se questo legame esiste, come interpretarlo correttamente? «Il legame esiste ed è forte, perché esiste, come si diceva un tempo, una Chiesa “pellegrinante” che cammina nella storia in stretta comunione con una Chiesa “trionfante”, costituita da quanti sono già nella comunione con Dio – spiega don Franco Manzi, biblista, docente in Seminario e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale -. In tale comunione celeste sono tutti i defunti, sia i Santi elevati agli altari e proposti a imitazione per l’esemplarità delle loro virtù (come sottolinea il Papa nel motu proprio recente Maiorem hac dilectionem), sia i tanti altri a noi cari che hanno vissuto secondo i comandamenti del Signore».

Nella società contemporanea sembra che la morte non debba esistere: non solo perché si cerca qualsiasi mezzo per negarla, ma anche perché è un argomento ormai diventato tabù. Il culto dei Santi e un culto ragionevole anche dei propri cari defunti possono aiutare a riscoprire una dimensione umana della morte che prelude alla risurrezione?
Penso che questa festività annuale ci richiami, appunto, al centro della visione cristiana della morte e della risurrezione strettamente unite tra loro, nel senso che il cristiano tenta di vedere la morte, aiutato dallo Spirito Santo, come la vedeva Gesù: la morte non è un finire nel nulla. Al contrario è proprio questa paura, assai diffusa oggi, che riempie il cuore d’angoscia. Da qui, secondo me, il tentativo di nascondere la morte a tutti i costi. Una volta c’era il tabù del sesso, oggi il grande tabù è diventata la morte. Il cristiano, invece, vede la morte come la vedeva Gesù, come un passaggio. Si può ricordare per esempio l’inizio della Passione secondo Giovanni, dove si dice che Gesù, avendo ormai compreso che era giunta «l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine». Ecco: la morte è il passaggio da questo mondo al Padre. Chi non la vede come l’ha vista Gesù, spesso la concepisce come un finire nel nulla e, quindi, si attacca egoisticamente alla vita, non riuscendo “ad amare fino alla fine”.

In questo tempo è inevitabile che abbiano conquistato spazio feste appartenenti ad altre tradizioni, come Halloween, capaci di attrarre molto, soprattutto i giovani. Forse è il caso di tornare a dire che c’è qualcosa di più importante che zucche e streghe nella notte dei Santi?
Sì. Credo che sia il caso di tornare a una nuova evangelizzazione anche per questi momenti che la società propone, a suo modo, come festivi. Non ne farei, però, una crociata, anche se vedo tanti aspetti ambigui e negativi nel celebrare la festa di Tutti i Santi come Halloween. Partirei, invece, dal valore di festa, cogliendo il ruolo amicale di queste feste e, senza demonizzarle, le ri-evangelizzerei, aiutando i giovani a riscoprire il valore della risurrezione e di una speranza che anima l’esistenza. Inoltre, ritengo che ci sia un valore di imitazione dei Santi che va riproposto. Noi siamo chiamati a diventare figli di Dio come Gesù: i Santi ci mostrano delle vie del tutto particolari per giungere a vivere come Lui. San Paolo diceva: «Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo»; questo è un secondo valore per cui possiamo ri-evangelizzare questa festa. Un terzo valore importantissimo è, appunto, la comunione con i Santi e i defunti: preghiamo per loro, consapevoli che possiamo ricorrere all’intercessione di queste persone che sono vive al cospetto di Dio, intercessione per noi e per i nostri cari. Con questi tre valori centrali della nostra fede, possiamo comprendere e ri-evangelizzare questa festività.