Gli Auguri della Chiesa italiana

«Santità,
nello scorrere dei giorni ci sono date che diventano occasione per esprimere alla persona amata un ringraziamento e un augurio. Così, l’odierno anniversario della Sua elezione a Vescovo di Roma diventa motivo di gratitudine per i processi che ha saputo avviare nella Chiesa con l’eloquenza della Sua testimonianza. La nostra preghiera si fa intercessione, perché possa sperimentare ogni giorno l’olio dello Spirito Santo e il vino della comunione ecclesiale. Con il nostro popolo Le rinnoviamo la gioia della nostra disponibilità e del nostro impegno».
Presidenza della Cei

Comincia, oggi, per Francesco il settimo anno di servizio sulla Cattedra di Pietro. Il numero sette nella tradizione biblica è numero di santità e di benedizione. Questa simbolica coincidenza diventa per noi, figli di Dio nella Chiesa cattolica, invito a lodare il Signore e a ringraziarLo per i sei anni vissuti sino a oggi con la compagnia e la guida, autorevoli e paterne, di Francesco.

Uno degli aspetti del ministero petrino che si potrebbe sottolineare è quello tradizionalmente suggerito dalla versione latina di Lc 22,32: conversus, confirma fratres tuos. È un nesso questo, tra ritorno a Dio-conversione e ministero petrino, che oggi emerge in modo tutto particolare.

Lo ha sottolineato lo stesso Francesco nella meditazione rivolta al clero romano durante l’incontro del 7 marzo scorso. «Il Signore sta purificando la sua Sposa e ci sta convertendo tutti a sé», ha detto, aggiungendo: «Ci farà bene prendere oggi il capitolo 16 di Ezechiele. Questa la storia della Chiesa. Questa è la mia storia, può dire ognuno di noi. E alla fine, ma attraverso la tua vergogna, tu continuerai a essere il pastore. Il nostro umile pentimento, che rimane silenzioso tra le lacrime di fronte alla mostruosità del peccato e all’insondabile grandezza del perdono di Dio, questo, questo umile pentimento è l’inizio della nostra santità».

Se può essere utile ripercorrere, oggi, alcuni eventi che hanno segnato il trascorso sesto anno di episcopato romano di Jorge Mario Bergoglio, non si può affatto trascurare l’Incontro su «La protezione di minori nella Chiesa», svoltosi in Vaticano dal 21 al 24 febbraio. Un evento sinceramente voluto dal Papa e realizzato seguendo le sue direttive. Chi vi ha personalmente partecipato conserva nel cuore le impressioni, le emozioni e gli ammaestramenti di quell’incontro. Per tre giorni interi Francesco ha ascoltato, mostrando sempre nel volto e negli atteggiamenti quella serenità spirituale da cui indubbiamente derivano le sue scelte.

Egli ha parlato nel discorso conclusivo, terminata la celebrazione eucaristica. La rilettura di quel testo permette di intuire la passione apostolica del Papa, la sua parresia (come spesso egli la chiama, per indicare con un termine neotestamentario la franchezza degli apostoli nell’annunciare il Vangelo), l’ampiezza e la perspicacia del suo sguardo nel considerare un dramma che affligge la Chiesa e non soltanto essa giacché – come lo stesso Francesco ha ricordato all’inizio del suo intervento – si tratta di una piaga storicamente diffusa in tutte le culture e società e che oggi, grazie al cambiamento di sensibilità dell’opinione pubblica, è divenuto oggetto di studi sistematici e interventi adeguati.

Anche in questo caso rimane vero che solo il contesto rende comprensibile un testo. Questo il Papa lo ha fatto. Egli, però, non è un sociologo, o altro. È una guida spirituale e, per questo, ha puntato il dito su quella che, nella prospettiva di un credente, è l’ultima spiegazione per situazioni umane talmente dolorose, da diventare umanamente incomprensibili: «Siamo davanti a una manifestazione del male, sfacciata, aggressiva distruttiva. Dietro e dentro questo c’è lo spirito del male il quale nel suo orgoglio e nella sua superbia si sente il padrone del mondo e pensa di aver vinto. E questo vorrei dirvelo con l’autorità di fratello e di padre, certo piccolo e peccatore, ma che è il pastore della Chiesa che presiede nella carità». Riappare qui l’evangelico e petrino conversus, confirma fratres tuos.

Nell’anno trascorso, ovviamente, non c’è stato solo questo. Ci sono stati i viaggi ecumenici a Ginevra, lo scorso mese di giugno per il 70° di fondazione del Consiglio ecumenico delle Chiese, e a Bari, il luglio successivo, per l’incontro con i Capi delle Chiese e Comunità cristiane del Medio Oriente in favore della pace. Ci sono stati i viaggi a Dublino per l’Incontro mondiale delle famiglie, nell’agosto 2018 e poi, in gennaio, a Panama per la 34ª Gmg: un raduno mondiale compiuto sulla scia della XV Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. La presentazione dell’esortazione apostolica relativa a questo Sinodo è stata annunciata per i prossimi giorni: a Loreto il 25 marzo, perché sia offerta alla Vergine Maria.

Pur con questi e altri eventi, quello che fra tutti emerge, insieme con l’incontro per “la protezione dei minori”, è il viaggio negli Emirati Arabi Uniti del 3-5 febbraio, con la firma del documento sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” e la celebrazione della Santa Messa davanti a 180 mila persone: evento unico in assoluto nella penisola araba. Lo stesso Francesco, nell’udienza del 6 febbraio, ne ha spiegato il significato: «In un’epoca come la nostra, in cui è forte la tentazione di vedere in atto uno scontro tra le civiltà cristiana e quella islamica, e anche di considerare le religioni come fonti di conflitto, abbiamo voluto dare un ulteriore segno, chiaro e deciso, che invece è possibile incontrarsi, è possibile rispettarsi e dialogare, e che, pur nella diversità delle culture e delle tradizioni, il mondo cristiano e quello islamico apprezzano e tutelano valori comuni: la vita, la famiglia, il senso religioso, l’onore per gli anziani, l’educazione dei giovani, e altri ancora».

Questo evento è un ulteriore segno di come il Papa voglia inserire il suo ministero del contesto del Vaticano II. Ecumenismo e dialogo interreligioso sono, indubbiamente, punti fondamentali e cruciali di quel Concilio. Sono solo esempi, tuttavia. Suggerirei di rileggere alcuni passaggi – importanti proprio perché, per molti aspetti, confidenziali – della conversazione avuta da Francesco con i gesuiti del Cile e del Perù il 16 gennaio 2018, durante il viaggio apostolico in quelle Nazioni. In quella circostanza egli parlò del Concilio, della sua importanza anche nella sua storia personale e pure delle resistenze al riguardo esclamando con ottimismo cristiano: «Gli storici dicono che ci vuole un secolo prima che un Concilio metta radici. Siamo a metà strada». In quell’incontro tornano altre tematiche a lui care, come il discernimento, e rilievi fortemente critici sulla mondanità spirituale e il clericalismo. Istanze del Vaticano II sono evidentemente pure le sottolineature del Popolo di Dio, che Francesco da buon discepolo di sant’Ignazio ama sempre indicare come santo e fedele, e le istanze collegate al tema della sinodalità, emerso nell’importante discorso del 17 ottobre 2015, dove indicò la sinodalità «come dimensione costitutiva della Chiesa [che] offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico».

Oggi, 13 marzo 2019, Francesco è in preghiera. È noto che egli sta vivendo giorni di esercizi spirituali nella “Casa Divin Maestro” presso Ariccia, nel territorio della diocesi di Albano. Se in questo giorno il Papa prega, penso sia importante anche per noi unirci alla sua preghiera e avere per la sua persona e il suo ministero una intercessione tutta speciale, arricchita dalla gratitudine e dall’augurio.