Chi sono

I 15 diocesani sono Giulio Benzoni (29 anni, Varese), Davide Caccianiga (26 anni, Cuasso al Piano), Giovanni Calastri (27 anni, Seregno), Giacomo Cavasin (26 anni, Muggiò), Paolo Matteo Ettori (26 anni, Motta Visconti), Roberto Flotta (24 anni, Cesano Boscone), Matteo Frigerio (26 anni, Oggiono), Luca Invernizzi (31 anni, Liscate), Paolo Invernizzi (27 anni, Barzio), Luca Longoni (33 anni, Giussano), Andrea Luraghi (25 anni, Mozzate), Alberto Miggiano (33 anni, Renate), Fabio Pirola (27 anni, Olgiate Olona), Emanuele Tempesta (27 anni, Cornaredo) e Alessandro Viganò (27 anni, Briosco). Oltre a loro, Alessandro Canali e Alessandro Maraschi, entrambi appartenenti al Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime).

La grazia e la responsabilità; il futuro – che non sempre sarà un giorno radioso come quello nel quale si diventa preti tra l’entusiasmo e gli applausi della gente – e la scelta per la vita; la promessa del Signore che riesce a mutare la tristezza in gioia.

È un messaggio in cui si sente un affetto grande e, insieme, la trepidazione, la riconoscenza, l’auspicio per ciò che verrà, quello che l’Arcivescovo rivolge ai 15 giovani che ordina in un Duomo gremito di parenti, coetanei, amici, fedeli delle Comunità di origine e di destinazione degli ordinandi diocesani 2019, cui si aggiungono due candidati del Pontificio Istituto delle Missioni Estere. Concelebranti con il vescovo Mario che presiede il Rito – assiste il cardinale Angelo Scola, arcivescovo emerito -, vi sono oltre 200 presbiteri, tra cui i membri del Consiglio Episcopale Milanese e del Capitolo metropolitano della Cattedrale, il nunzio apostolico in Nigeria, monsignor Antonio Guido Filipazzi e il vescovo emerito di Mantova, monsignor Roberto Busti, il rettore del Seminario Arcivescovile, monsignor Michele di Tolve e del Seminario Teologico Internazionale del Pime, padre Luigi Bonalumi.

Insomma, tanta gente in festa radunatasi – come dice l’Arcivescovo dando avvio alla sua omelia – per esprimere «qualche cosa di profondo. Anche queste manifestazioni un poco esagerate e persino le persone estranee, se vengono raggiunte dalla notizia che un giovane diventa prete, rivelano un interesse, una sorpresa, forse persino un desiderio di capire il significato di una storia e di una scelta».

Ma qual è il «segreto» per suscitare tanta simpatia? Forse, proprio la gioia e la speranza, secondo il motto scelto dalla Classe 2019, con la notissima espressione paolina nella Lettera ai Romani, “Siate lieti nella speranza”.

Tuttavia, «non un motto che dice solo di voi», nota il Vescovo rivolgendosi direttamente agli ordinandi, ma che esprime «la consapevolezza di un talento da mettere a frutto, di una grazia che dovete mettere a disposizione della comunità e della Chiesa intera, di uno stile per tutto quello che il Ministero vi chiama a compiere. L’Ordinazione presbiterale è una grazia che voi ricevete, ma non è solo per voi. Diventate collaboratori del Vescovo per il servizio alla Chiesa».

Un impegno da esercitare, appunto, con speranza sapendo che «la gioia cristiana non è frutto dei risultati che l’intraprendenza, la competenza o le coincidenze possono raccogliere; non è frutto della popolarità di cui un prete può godere, non è frutto di condizioni di vita favorevoli o garantite. Perciò la letizia nella speranza non sarà cancellata o soffocata anche quando vi sarà dato di sperimentare risultati stentati, di attraversare l’impopolarità delle scelte e delle parole che vi competono per essere coerenti con la vostra missione; quando vivrete condizioni di vita tribolate e precarie».

La consegna è evidente. «Continuate a essere lieti nella speranza, non lasciatevi rubare la gioia, ricordatevi di essere preti contenti. Non lasciatevi vincere dall’amarezza, dallo scoraggiamento, dalla consuetudine, dal sospetto di non essere abbastanza apprezzati e valorizzati dai superiori». L’invito è a rileggere, di tanto in tanto, la Prima Lettera di Pietro, appena proposta nella Liturgia della Parola: “Non turbatevi, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”.

​«Voi non potrete irradiare la gioia di cui ha bisogno la gente e tutta la nostra società contemporanea semplicemente percorrendo sorridenti le strade della città. Per condividere la gioia è necessario condividere la speranza. La speranza non è una specie di ottimismo verso il futuro alimentato da previsioni o proiezioni. La speranza che rende lieti è il frutto dell’affidamento alla promessa di Dio, ha il suo fondamento nella verità alla quale introduce lo Spirito».

Un modo di vivere il Ministero ordinato che appare sempre più necessario, oggi, «nella desolazione di una società dove abitano uomini e donne inclini a credere di essere irrimediabilmente condannati a morte».

«I preti hanno la responsabilità di annunciare che Gesù glorificato è la nostra speranza, non è il lieto fine di una favola, ma colui che ci manda lo Spirito di verità che guida a tutta la verità. Siate pronti a dare ragione della speranza che è in voi, con dolcezza, rispetto, con retta coscienza. Non trascurate le domande di chi vi chiede ragioni, abbiate stima dei vostri interlocutori, non procurate distrazioni ma, piuttosto, propiziate percorsi verso il mistero e verso le domande radicali. Non abbiamo tutte le risposte, ma non dimenticate tutta la teologia che avete studiato, tutti gli esami che avete superato, tutta la verità che vi ha illuminato nelle Celebrazioni liturgiche e nelle adorazioni silenziose, nella meditazione della Parola di Dio e nel confronto fraterno. Continuate a lasciarvi provocare dalle domande, dalla vita, dal contesto in cui vivete. Anche se vi chiedono emozioni, voi cercate di dare ragioni, anche se vi chiedono servizi, voi cercate di suscitare domande, anche se vi chiedono feste, voi cercate di condividere con dolcezza e rispetto la grazia di essere lieti nella speranza».

Poi, i gesti, sempre suggestivi, della Liturgia dell’Ordinazione, con il “Sì, lo voglio”, le Litanie dei Santi, l’Imposizione delle mani nel silenzio della Cattedrale e la preghiera di Ordinazione, la vestizione degli abiti sacerdotali, l’Unzione crismale, la consegna simbolica del pane e del vino. E, ancora, lo scambio della pace, degli ormai presbiteri, con l’Arcivescovo, i sacerdoti, con i genitori e i compagni di Messa. 

Il minuto di silenzio chiesto dal Papa come preghiera interiore per la pace nel mondo – che viene osservato in Duomo – e un grazie corale per le famiglie e le Comunità che hanno accompagnato questi giovani, suggellano la Celebrazione, conclusa, in Cattedrale, tra gli applausi.

Un pensiero è anche per i ragazzi e le ragazze – che, magari, guardano con interesse e desiderio alla scelta di darsi interamente al Signore come domanda rivolta a loro -, ai quali l’Arcivescovo ricorda l’avvio, con il prossimo anno pastorale, di una proposta di vita comune, nella preghiera, nel lavoro e nello studio, voluta dalla Diocesi al fine di favorire il discernimento vocazionale

E, infine, dopo un breve momento in Episcopio per alcuni adempimenti formali, la gioia che esplode fuori dal Duomo, tra striscioni, il tradizionale “lancio” in aria dei preti novelli da parte degli amici, e persino una fanfara eseguita da una banda musicale.