Cosa si saranno detti Maria e Giuseppe, quando lei entrò in casa del suo sposo? Parole sobrie, certamente, non tramandate dalla Scrittura, eppure immaginabili. Parole che noi conosciamo come quelle, magnifiche, del “Magnificat”, appunto.

Nella Solennità della Natività della Beata Vergine Maria, si inaugura l’Anno Pastorale della Chiesa Ambrosiana (anche se è il 7 settembre, perché l’8, data liturgica, è domenica) e in Duomo l’Arcivescovo, che presiede il Pontificale, immagina proprio questo dialogo, antico e, insieme, attualissimo.

Tra le navate trovano posto migliaia di fedeli e, nelle prime file, i 21 candidati al presbiterato (diventeranno preti tra 4 anni) e i 6 futuri diaconi permanenti, tutti uxorati, per cui si celebra il Rito di ammissione. Tanti i sacerdoti concelebranti, sul’altare maggiore – su cui è posta, per l’occasione, l’icona della Natività della Madonna, regalata al cardinale Martini, nel 1997, dal patriarca ecumenico Bartolomeo I – vi sono i membri del Consiglio Episcopale milanese, con i Vescovi ausiliari, i canonici del Capitolo metropolitano, con l’arciprete del Duomo, monsignor Gianantonio Borgonovo, i superiori del Seminario con il rettore, monsignor Michele Di Tolve e il rettore della Equipe per la Formazione al Diaconato Permanente, don Giuseppe Como.

L’omelia

A tutti si rivolge il vescovo Mario, facendo riferimento all’inizio del “Magnificat”: «Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. Ha spiegato la potenza del suo braccio”, ha compiuto le sue opere meravigliose, si è mostrato fedele alla promessa e ha scelto me, ha scelto te, Giuseppe, della casa di Davide. Ha scelto ciò che nel mondo era fragile, povero, inadeguato e disprezzato per dare un segno della presenza del suo regno attraverso Gesù, chiamato Cristo. La potenza del braccio di Dio non è una garanzia di successo, non è una promessa di trionfo, è piuttosto la tenacia invincibile dell’amore, è piuttosto la chiarezza di una vocazione che fa appello a cuori liberi e attenti, disponibili a rispondere alla vocazione di coloro che si affidano, di coloro che si fanno avanti e dicono: “Sì, eccomi!”. Non sono necessariamente quelli che la sapienza mondana valuta migliori, non sono necessariamente i più dotati, i più intelligenti, i più popolari».

È la misericordia del Signore che si stende anche oggi. «Dire male dell’umanità e disprezzare il presente è come non vedere la misericordia di Dio che percorre le generazioni e trasforma ogni situazione in occasione, ogni incontro in annunciazione, ogni frustrazione in generazione di vita e di futuro».

Per questo, «invitiamo al canto e alla speranza gli uomini e le donne della rassegnazione e del lamento, perché aprano gli occhi a riconoscere la gloria di Dio che riempie la terra e la gioia di Dio che abita in casa tua Giuseppe, mio sposo».

Evidente il richiamo, tra le righe dell’omelia, sia alla Proposta pastorale 2019-2020 dell’Arcivescovo stesso, dal titolo “La situazione sia occasione”, come pure all’idea portante che percorre il suo intero Episcopato, ossia che la gloria di Dio riempie la terra, anche nelle condizioni più difficili, secondo quanto testimonia il “Magnificat”, che allude alla dispersione dei superbi e all’innalzamento degli umili.

«La prepotenza non vince, la malizia non avrà la meglio sull’onestà e la bontà sincera, la gioia e la gloria non si possono comprare con i soldi. L’intenzione di Dio di salvare i suoi figli è invincibile. Perciò noi siamo pieni di fiducia e leggiamo la storia del nostro popolo e della nostra terra non per domandarci se va bene o se va male, ma per scegliere di essere docili allo Spirito di Dio, per vivere ogni situazione come occasione perché risplenda la gloria di Dio».

Chiara l’indicazione: se l’ingresso di Maria è stato accompagnato da questo Cantico che ha riempito di luce la casa di Giuseppe e la storia di un popolo, anche noi dobbiamo entrare in un nuovo Anno pastorale con questo spirito di fiducia e di speranza.

Un pensiero è rivolto, in specifico, ai candidati al Diaconato e la Presbiterato: «Voglio suggerire di compiere questa tappa del cammino di formazione e discernimento con l’animo e il cantico di Maria: si presentino con l’umiltà piena di stupore di chi nulla presume e in tutto è pieno di fiducia; abbiano uno sguardo sulla loro storia e sulla storia dell’umanità ispirato dalla fede che riconosce la misericordia di Dio come il criterio di giudizio e il fondamento della fiducia, diffidino di ciò che appare glorioso, non temano quello che appare temibile, non si pieghino di fronte a coloro che appaiono potenti. Tutti passeranno, Dio rimane e salva. Abbiamo esperienza della Misericordia di Dio, di che cosa dovremmo avere paura? Abbiamo costatato che Dio opera secondo i suoi criteri, perché dovremmo lamentarci? Abbiamo la certezza di essere tutti convocati per camminare insieme. Tutti i cristiani che abitano qui a Milano, da qualsiasi popolo vengano, in qualsiasi lingua si esprimano, si uniscano per cantare “L’anima mia magnifica il Signore”».

Poi, il Rito di ammissione – con l’“Eccomi”, il “Sì, lo voglio” – degli aspiranti Presbiteri e Diaconi e il “Sì, acconsento” per le moglie di questi ultimi.

Infine, prima di un breve momento di dialogo in casa dell’Arcivescovo e della festa, alle porte del Duomo, c’è tempo per un ringraziamento ai candidati, alle famiglie, alle Comunità e a tutte le diverse componenti di chi opera in un Duomo, sempre più curato, dal punto di vista della conservazione artistica, dell’accoglienza e delle Celebrazioni che devono essere, per il vescovo Mario, «solenni e, nello stesso tempo, popolari, sapendo parlare al cuore della gente ed essendo espressione eccellente della Gloria a Dio».

All’inizio dell’Anno pastorale

E arriva anche qualche consegna su come vivere questo nuovo Anno pastorale, secondo il percorso proposto con l’icona biblica della Lettera ai Filippesi, e pensato in collegamento con i tempi liturgici. «Mi sembra che la coralità del cammino di un popolo è più efficace dell’originalità di ciascuno, quindi, mettiamo insieme tutte le nostre doti per costruire un cammino comune. Alcune date indicate nella Proposta possono vederci convergere su appuntamenti che proprio dalla partecipazione corale possono ricevere particolare efficacia. Questo senso di appartenenza e di coralità deve essere il segno di una Chiesa unita, libera e lieta nel cammino che vuole essere anche un messaggio alla città e alla Diocesi. Così pure quel cammino per costruire la Chiesa che ospita tutte le genti, da qualunque parte vengano, ha bisogno di questa devozione unificata e convergente a Maria. Abbiamo fatto un Sinodo che è l’esercizio del Ministero petrino, per affrontare i temi di tale itinerario di “Chiesa dalle Genti”, adesso abbiamo bisogno anche di un principio mariano che ci accompagna, perché gli affetti, l’intensità della devozione, oltre la saggezza delle organizzazioni e i pensieri, possano costruire questa Chiesa che dà lode a Dio con la pluralità delle sue provenienze e con l’unità del suo spirito».