«Non poter stare vicino a coloro che muoiono e ai familiari che soffrono è veramente straziante: noi credenti abbiamo soltanto la consolazione della certezza della comunione dei santi, che non è necessariamente espressa dall’abbraccio, dal gesto o dalla vicinanza fisica. Per questo celebrerò la Messa di mercoledì 25 marzo, solennità dell’Annunciazione, in Duomo senza popolo, alle 11.00, come Celebrazione di suffragio per tutti coloro che non hanno avuto funerali durante questo periodo (diretta ChiesaTv, canale 195 e, in streaming, www.chiesadimilano.it). Voglio che tutti coloro che hanno avuto un lutto in famiglia si sentano ricordati dall’Arcivescovo, dalla Chiesa ambrosiana in questo momento veramente desolante. Continuiamo ad avere la certezza della presenza del consolatore, lo Spirito di Dio, che ci fa vedere quello che i nostri occhi non sanno vedere».
Poco prima di presiedere l’Eucaristia, nella chiesa interna all’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone – da più di 120 anni luogo simbolo sulla frontiera del dolore e della cura – sono questi i sentimenti che il vescovo Mario esprime, rivolgendosi, dagli schermi Tv, idealmente a tutti i fedeli della Diocesi. La sua non è paura – come aggiunge -, ma preoccupazione «per i miei preti e per la mia gente per cui prego». Quei sacerdoti ambrosiani ai quali domenica scorsa, all’Angelus, papa Francesco aveva dedicato parole di apprezzamento ed elogio. «Sono contento che abbia avuto un pensiero particolare per noi». Il ricordo non può che andare al 25 marzo del 2017, quando «in un giorno pieno di sole e di festa», il Papa venne a Milano, dimostrando il bene, ricambiato, che vuole alla città e alla Lombardia. «Questo legame affettuoso ci fa coraggio e ci invita a sentire una condivisione nelle nostre prove».
Subito dopo la Messa per la IV domenica di Quaresima, nella chiesa di inizio ‘900, appunto, “Sacra Famiglia”, nell’omonima attuale Fondazione, nata come ospizio per indigenti, anziani e incurabili nel 1896, grazie alla volontà profetica di un sacerdote dalle doti tipicamente ambrosiane, monsignor Domenico Pogliani, la cui sepoltura è proprio all’interno della chiesa stessa, edificata al centro della struttura, quasi a simboleggiare l’abbraccio per tutti gli ospiti. Non a caso, qui si trovava una sette porte sante della Diocesi in occasione del Giubileo. Concelebrano il presidente della Fondazione don Marco Bove e il cappellano fra’ Angelo Donida. «In questo luogo – dice il Vescovo rivolto ai degenti – è ancora più desolante non poter celebrare con la presenza fisica degli ospiti, perché qui, il linguaggio corporeo, non verbale, è più importante che in qualsiasi altro luogo: sentiamo questo vuoto come un’invocazione a Dio».
Dalla pagina del Vangelo di Giovanni con la guarigione del cieco nato e i suoi ben 14 interrogativi, e dai giorni altrettanto pieni di domande che stiamo vivendo, muove l’omelia dell’Arcivescovo.
«Dove c’è una donna, dove c’è un uomo, ci sono anche domande: è il segno che non siamo la ruota in un ingranaggio, una comparsa insignificante in un universo senza senso. Le domande che tornano come ossessioni, dicono lo smarrimento, la paura, il bisogno di rassicurazione, l’invocazione di una certezza in un marasma confuso. Domande e domande: perché questa epidemia? da dove viene? Come si diffonde? Potrò guarire? Che cosa ci dice questa situazione? Quando finirà? Che sarà di noi?».
Interrogativi diversi, attraverso i millenni e situazioni differenti, eppure con alcune costanti, quelle del cuore umano di sempre. «C’è la domanda curiosa di quelli che vedono passare la storia e la classificano, ne discutono come se fossero in un salotto. Parlano di tutto, ma in fondo a loro non interessa niente, vivendo nel regno della chiacchiera e della banalità».
«Ci sono le domande minacciose che impongono una scelta: stai dalla parte del perseguitato o e del persecutore? Se ti dichiari dalla parte sbagliata, dalla parte del debole, dello sconfitto ti ritroverai anche tu sconfitto e debole. Bisogna prendere posizione e questo può essere pericoloso. Per questo i genitori del cieco nato scelgono di evitare il pericolo. C’è, inoltre, la domanda maliziosa: sembra una domanda, ma è già una condanna; non vuole avere una risposta ma solo una conferma. È la domanda dell’ideologia, del potere che deve difendersi da ciò che lo mette in discussione, che non vuole imparare niente da quello che avviene, ma garantire se stesso».
E, così, esistono anche le domande inevitabili e sbagliate, come chiedersi di chi è la colpa del soffrire, magari «finendo per incolpare Dio non sapendo chi altro incolpare».
Infine, la domanda giusta, decisiva, rivolta dal Signore al cieco non più cieco – “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”-, la stessa rivolta a noi tutti. «Hai fiducia che Gesù sia la via di salvezza? Ti affidi alla sua parola per dare alla tua vita l’unico significato possibile, cioè di essere vocazione a vivere come il Figlio dell’uomo? Gesù agisce perché in ogni uomo e donna siano manifestate le opere di Dio. L’opera di Dio non è di creare un mondo sbagliato, dove qualcuno nasce cieco, qualcuno muore giovane, dove incombe una disgrazia che spaventa i figli degli uomini, dove che è ricco diventa sempre più ricco e chi è povero sempre più povero, dove c’è chi può curarsi e c’è chi non ha come curarsi».

Il Fondo “San Giuseppe”

A conclusione della Messa, è il vescovo stesso a sottolineare l’importanza del “Fondo San Giuseppe”, istituito dall’Arcidiocesi, il 19 marzo, «per una prossimità nell’emergenza lavoro», delineatasi a causa della pandemia. «Anche con il contributo dell’amministrazione comunale e del sindaco di Milano, abbiamo creato questo Fondo per un soccorso immediato a coloro che hanno perso il lavoro: soprattutto i precari, chi aveva contratti a termine non rinnovati. Vorremmo dare, non certo una soluzione, ma una possibilità di vivere almeno dignitosamente questo periodo. Il Fondo sarà operativo, sempre con vigilanza e rigore nelle verifiche, ma anche con il minimo possibile di burocrazia, perché aiuti immediatamente coloro che si trovano senza nessuna fonte di reddito. È il momento in cui chi può molto deve dare molto, chi può poco, dia quel poco che può. Tutti dobbiamo essere più sensibili ai più fragili e a chi ha bisogno».