«La speranza e la gioia che vengono dalla risurrezione del Signore accompagnino il tempo pasquale. C’è una tristezza diffusa che siamo mandati a consolare. Molti nostri contemporanei forse non attendono una consolazione, trovano fastidioso sentire le campane che suonano a festa, sono increduli di fronte a gente che canta l’Alleluia. Eppure noi cantiamo ed esultiamo e diciamo a tutti: abbiamo una buona notizia anche per voi. Viviamo la Pasqua nella letizia che viene da Dio». Si conclude così la Lettera per il tempo pasquale contenuta nella proposta Pastorale di quest’anno dell’arcivescovo monsignor Mario Delpini, La situazione è occasione.

I cristiani luce per tutti i popoli

Scritta ovviamente ben prima dell’emergenza coronavirus, rimane intatta la sua riflessione e le proposte contenute da vivere in queste settimane. Anche con parole di apertura e speranza che possono aiutare un’umanità ferita. «I cristiani sono il popolo della Pasqua, il popolo dell’Alleluia. La loro gioia è quella perfetta letizia che commuove nei fioretti di san Francesco – scrive Delpini -. Cantano l’Alleluia non perché hanno avuto successo, non perché hanno visto realizzarsi i loro progetti, non perché sono benestanti e in buona salute. La gioia e il canto dei cristiani è nella fede, perché il Signore Gesù è risorto dai morti, perciò è vivo, è vicino. La nostra Chiesa dimora nello stupore: la Pasqua del Signore non è una notizia di una vicenda passata, ma il fondamento della nostra fede. Diventare luce per tutti i popoli!»

Un tempo propizio anche per ripensare alcuni aspetti della vita ecclesiale. «Sono convinto che ogni situazione possa diventare occasione se il Signore Gesù che sta alla porta e bussa viene accolto in casa, entra come presenza viva nella vita delle persone e delle comunità. Il Signore è vicino. La celebrazione dei sacramenti, la predicazione che commenta i racconti delle apparizioni e i discorsi di Gesù, il tempo dell’adorazione personale, il contribuire alla riforma della Chiesa perché sia più sciolta, più libera, più povera sono le modalità più raccomandabili per essere sempre lieti, per dono di Spirito Santo».

Omelie, parole di fuoco per far ardere il cuore

Un tema da tempo discusso è la qualità delle omelie nelle Messe. Lo riprende anche lA arcivescovo: «Siamo tutti invitati a una verifica del nostro servizio nelle omelie, per domandarci in che modo abbiamo raccolto le indicazioni di papa Francesco (Evangelii gaudium 135-159). Per quanto io posso valutare, la predicazione che offriamo al popolo cristiano è abitualmente preparata con cura e offerta con incisività. Il richiamo, che spesso ritorna, per una predicazione che sappia incidere in coloro che partecipano alla celebrazione domenicale e quotidiana, è proposto talora con un tono di rimprovero e raccoglie critiche forse ingenerose e pregiudiziali».

Nonostante questo monsignor Delpini invita i sacerdoti ad «ascoltarle, valutarle e, se c’è del vero, correggerci, così come siamo capaci. Dobbiamo essere consapevoli della responsabilità che abbiamo di parlare con frequenza di fronte a un’assemblea che ci ascolta, che aspetta una parola che aiuti a vivere, a pensare, a pregare, a prendere decisioni».

Ma anche l’omelia può diventare un’occasione di coinvolgimento ecclesiale. Ecco dunque una proposta: «La preparazione dell’omelia, specialmente domenicale, può ricevere un contributo significativo se diventa un esercizio condiviso con altri, preti, diaconi, consacrati, laici, membri della diaconia o anche semplicemente convocati per ascoltare insieme le letture e trarne parole di fuoco per far ardere il cuore».

Condividere l’animo e lo spirito di Maria

Maggio, mese mariano. «La devozione a Maria nel tempo pasquale trova nell’espressione di Ambrogio un’indicazione illuminante: Maria, beata perché ha creduto, ci offre l’esempio, ci incoraggia, ci corregge, ci accompagna nel custodire la gioia pasquale e nell’esprimere l’intima gioia con il Magnificat».

A maggior ragione in questi tempi di Coronavirus, l’invocazione alla Madonna può essere occasione per riscoprire il valore della preghiera: «La meditazione dei misteri di Cristo che si propone nella preghiera del Rosario introduce a condividere l’animo e lo spirito di Maria. Raccomando che il mese di maggio sia vissuto come occasione per pregare e per insegnare a pregare, perché la confidenza in Maria, la Madre, aiuti tutti i figli a contemplare i misteri di Cristo con quell’intensità di affetto, di partecipazione che ci conforma ai sentimenti di Gesù».

Una “scuola” di preghiera, anche se a distanza. «Pregare e insegnare a pregare è un aspetto essenziale dell’educazione cristiana e la maternità di Maria si realizza in questo “generare alla preghiera”. L’educazione alla preghiera si realizza nell’insegnare le parole, nel creare le condizioni ambientali di silenzio e di attenzione, nell’offrire la testimonianza esemplare di adulti che pregano».

Una migliore qualità del canto liturgico

Un altro aspetto così importante nella liturgia è quello del canto. Su questo l’Arcivescovo invita a una riflessione approfondita: «La mia impressione è che il canto nelle celebrazioni debba essere oggetto di una seria verifica e di proposte condivise. Molti, penso, saranno d’accordo con me. La situazione in Diocesi è molto diversificata. Ritengo, però, che si debba promuovere un rinnovato impegno di cura per il canto nelle celebrazioni: tutti devono essere incoraggiati, invitati, educati a cantare».

Da qui una proposta operativa: «I cori devono coordinarsi con l’assemblea ed essere valorizzati per quello che di specifico possono offrire a servizio della celebrazione e della preghiera; è necessario che il repertorio sia un po’ più condiviso e comune tra le comunità della Diocesi; è utile creare una rete che colleghi maestri, direttori, organisti per un servizio pastorale intelligente e capillare. Chiedo all’ufficio competente di rinnovare l’impegno per offrire indicazioni, aiuti, correttivi proposte formative incisive, rispettose delle tradizioni locali che meritino di essere continuate, per una migliore qualità del canto liturgico e per una partecipazione più abituale della gente».