Si ispira ai temi emersi dal Sinodo dei Vescovi sui giovani, la celebrazione penitenziale per il clero presieduta dall’Arcivescovo in Duomo, che vede riuniti centinaia tra sacerdoti diocesani, religiosi, consacrati e diaconi. L’introduzione del penitenziere maggiore della Cattedrale, monsignor Fausto Gilardi, e la lettura del Vangelo di Luca con l’episodio dei discepoli di Emmaus – icona biblica che ha accompagnato il cammino sinodale – precedono la Confessio laudis, nella quale prendono la parola una ragazza, un diacono e un giovane prete.

Letizia, 23 anni da Cesano Maderno, racconta come, attraverso l’amicizia maturata con i coetanei dell’Azione Cattolica, abbia riscoperto l’amore di Dio e osserva: «Cerco di rimettere in circolo questo amore ricevuto, facendo l’educatrice degli adolescenti in oratorio e nell’Ac. Il Signore mi ha donato persone portatrici di meraviglia».

Da parte sua don Luca Longoni – diacono originario di Giussano, che diventerà sacerdote in giugno, destinato alle parrocchie di Legnano – sottolinea: «Se non ci fossero stati i preti, chi mi avrebbe educato alla preghiera, a prendermi cura dei più piccoli? Chi mi avrebbe testimoniato il bello del sacrificio quotidiano e il celibato come forma di vita piena e credibile? Chi mi avrebbe accompagnato a fare una scelta definitiva, crescendo nell’amore per la Parola e per l’Eucaristia?».

Don Davide Brambilla, classe 1989, impegnato nella parrocchia Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa e responsabile della Pastorale giovanile anche in altre comunità, di sé dice: «Sono un prete felice e fortunato. Rendo lode al Signore per i ragazzi e i giovani che mi ha donato per camminare in questi primi anni del ministero. Sono la mia gioia e la mia consolazione».

L’intervento di padre Costa

Per la Confessio vitae all’ambone va il gesuita padre Giacomo Costa, che richiama la sua esperienza al Sinodo, di cui è stato segretario speciale: «Con i giovani possiamo leggere più profondamente la nostra epoca e le attese del Signore che ci invita a una conversione pastorale, missionaria, personale e comunitaria. Oggi la lontananza sembra essere la cifra del rapporto tra Chiesa e giovani, specie in Occidente, e questo ci colpisce particolarmente», come peraltro riconosce esplicitamente il documento finale del Sinodo stesso. Così l’invito è a ricordare i volti concreti dei ragazzi e ragazze incontrati nell’esercizio del ministero «e a passare in rassegna i luoghi e le occasioni di questa lontananza, non come modo per flagellarsi, elaborare piani pastorali o guardare ai giovani con paternalismo o giovanilismo assolutamente fuori luogo, ma per capire».

Da qui la definizione di alcuni punti delineatisi nel confronto sinodale. «I ragazzi desiderano essere ascoltati, ma proprio in tale contesto facciamo fatica, specie di fronte a sfide provocatorie o a fragilità, o quando rispondere ci chiede risorse che non siamo disposti a condividere fino in fondo. L’ascolto richiede di essere disponibili a cambiare, a trasformarci». Inoltre «i giovani desiderano essere accompagnati, ma non intruppati. Come ci invita Gesù, dobbiamo passare dalla logica dei precetti a quella del dono. Per compiere un vero cammino di maturazione, i giovani hanno bisogno di adulti autorevoli, dove l’autorità è la capacità di far crescere non esprimendo un potere direttivo, ma una vera forza generativa. Chiediamoci: come esercitiamo questa autorità? Siamo capaci di una autorità generativa?». «I giovani chiedono di essere protagonisti, e già lo sono in molti campi, ma incontrano anche la sfiducia da parte degli adulti, dei pastori. I giovani sognano una Chiesa autentica, ma spesso ne vedono due volti: una Chiesa, a parole, trasparente, alternativa a modelli economici imperanti, amica della persona e dell’ambiente e, un’altra, nei fatti, attaccata alle sue sovrastrutture. Da una parte, una Chiesa che vuole essere presente nelle pieghe della storia a fianco degli ultimi, ma, dall’altra, che ha ancora tanto da fare per scardinare situazioni, anche gravi e diffuse, di corruzione. I giovani vogliono una Chiesa relazionale: non basta avere oratori, bisogna promuovere relazioni che evangelizzino e non stereotipi. Lasciamoci interpellare come i discepoli di Emmaus».

La conclusione dell’intervento di padre Costa è quasi una preghiera: «Signore, rimproveraci per la durezza del nostro cuore, insegnaci a spezzare il pane insieme, facci vivere i gesti di un’amicizia quotidiana, la forza di riprendere con slancio il cammino verso Gerusalemme, desiderando che altri possano camminare con noi. Riportaci alla pienezza dell’amore, aiutaci a ritornare al nostro primo amore».

La proposta quaresimale dell’Arcivescovo

Poi le confessioni individuali dei sacerdoti e l’imposizione delle ceneri che apre il momento dell’Actio, in cui l’Arcivescovo anzitutto ringrazia «della disponibilità al cammino di ministero, così affascinante e, talvolta, faticoso».

Si recitano tre Ave Maria, pregando per le vocazioni, per i seminaristi e per tutte le ragazze e i ragazzi in cammino nelle loro scelte di vita; per i preti, i religiosi e i consacrati, «specie i preti anziani e malati e per coloro che fanno più fatica a trovarsi a loro agio in questo presbiterio». La terza Ave Maria è «per coloro che hanno lasciato il Ministero e che noi, comunque, continuiamo a sentire fratelli».

L’actio specifica, ossia la proposta di conversione quaresimale per i preti ambrosiani o che abbiano incarico diocesano, viene definita dall’Arcivescovo «come un ripensamento del sistema di sostentamento del clero», da realizzare attraverso tre adempimenti.

Il primo: «Rendiamoci conto che siamo dei privilegiati per le sicurezze che abbiamo, perché, appena entriamo nel ministero, abbiamo a disposizione una casa, dei servizi, una retribuzione. Viviamo questa consapevolezza contro la retorica del dire che abbiamo lasciato tutto per servire il Signore».

Secondo adempimento raccomandato «è il coinvolgimento delle comunità nell’atteggiamento del “Sovvenire”. Dovremmo coinvolgere le nostre comunità nel sostentamento dei sacerdoti. Per esempio nella forma delle offerte deducibili, ora poco praticata, l’intraprendenza del popolo cristiano può farsi carico dei propri sacerdoti, liberando risorse nel sistema dell’8×1000 da destinare alle necessità della carità, del culto e della pastorale. Tutti dobbiamo essere un poco più sobri e poveri».

Terzo, «dovremmo destinare i danari che non spendiamo per le spese correnti, non all’accumulo, ma contribuendo con generosità personale alla cassa comune e all’Opera Aiuto Fraterno. Vi invito a essere generosi nella carità verso Paesi e istituzioni in povertà».

Infine, Confessio fidei con  la preghiera comunitaria.