L’avvicinarsi delle prossime elezioni comunali mette in risalto uno dei profondi cambiamenti in atto a livello delle relazioni fra cittadini: la crisi, o meglio, il crollo dell’associazionismo.

Il mondo associazionistico registra da diversi anni un sempre minor interesse delle persone a quei riti, quelle adunanze, quegli incontri che, un tempo, erano il naturale ritrovo per numerosi aderenti. Si è invece sviluppato sempre più un mondo solitario e individualistico, dove ognuno vuole costruirsi un progetto di vita “fai da te”. Tutte le organizzazioni (culturali, umanitarie, religiose, accademiche, politiche) fanno fatica a coinvolgere quelle persone che, educate dalla società di massa, riescono ad interessarsi a qualcuno-qualcosa solo se vedono un interesse economico e materiale. Con la crisi dell’associazionismo, si avviano al declino anche altri concetti quali autorità, guida, gerarchia, nonché la “rappresentanza”, sostituendosi con l’auto-testimonianza.

Anche le Amministrazioni Comunali sono colpite da questa piaga, essendo a tutti gli effetti delle aggregazioni di persone alle quali viene richiesto di sacrificare del tempo e delle risorse a beneficio della collettività. Non solo: in alcune realtà, come quella di Cirimido, l’attività amministrativa municipale può essere paragonata a quella di un’associazione di volontariato, dato che sia i consiglieri sia gli assessori hanno deciso di non percepire alcun compenso, ormai da diversi anni.

Non dobbiamo però dimenticare che l’uomo è “animale” e, in quanto tale, risponde a leggi naturali, prima ancora che a diritti civili che qualsiasi stato politico può dare o togliere: siamo nati nella natura, con precisi bisogni e necessità. Oggi una distanza sempre maggiore separa il “domestico” dal “selvatico”, ma in alcuni contesti il nostro istinto ci richiama all’ordine: pensiamo ad esempio all’ecologia, ai progetti a basso impatto ambientale, a tutti quegli approcci urbanistici che cercano di creare una commistione tra tecnologia e ambiente. Come cerchiamo in senso materiale di unire, con le giuste proporzioni, tecnologia e natura, dobbiamo cominciare a chiederci come si possa riequilibrare la sfera privata della nostra vita con la sfera pubblica. Ritrovare la “comunità” è il modo che abbiamo per ritrovare noi stessi nel pubblico, il nostro piacevole spazio assieme agli altri. Contro una società che ci chiede di interagire unicamente per un “io do se tu mi dai”, dobbiamo ritrovare quel luogo di relazione in cui “l’io” si rapporta con gli altri “io”, non per raggiungere la sommatoria di due monologhi – come spesso avviene – ma la vicendevole compartecipazione per la realizzazione di progetti utili alla comunità. Si potrebbe concludere questo pensiero citando qualche frase celebre sull’argomento, pronunciata da personaggi famosi come John Fitzgerald Kennedy o Henry Ford, ma forse è più opportuno riflettere sul decalogo riportato in calce, scritto da una persona comune: Dieci regole sicure per uccidere un’associazione

  1. Non partecipare alle riunioni.
  2. Giungere tardi quando si partecipa.
  3. Criticare il lavoro dei dirigenti e degli altri soci.
  4. Non accettare mai incarichi poiché è più facile criticare che realizzare.
  5. Offendersi se non si è membri della dirigenza, e, se si è parte della stessa, non intervenire alle riunioni oppure astenersi dal dare suggerimenti.
  6. Se la dirigenza chiede un parere su un argomento, rispondere che non si ha nulla da dire. Dopo le riunioni dire a tutti che non si è sentito nulla di nuovo oppure esporre cosa si sarebbe dovuto fare.
  7. Fare solo lo stretto indispensabile, ma quando gli altri soci si rimboccano le maniche ed offrono il loro tempo, senza secondi fini, lamentarsi che l’associazione è diretta da una cricca.
  8. Rimandare il pagamento della propria quota il più a lungo possibile.
  9. Non darsi la pena di reclutare nuovi soci.
  10. Lamentarsi che non si pubblica quasi niente sull’oggetto della propria attività, ma non offrirsi mai per scrivere un articolo, dare un consiglio o presentare un oratore.